Nel linguaggio comune la postura viene spesso confusa con una forma da correggere.
Dal punto di vista biomeccanico, invece, rappresenta l’esito di un equilibrio dinamico tra le forze che agiscono sul corpo.
Questa ambiguità porta frequentemente a intervenire sull’aspetto esterno della postura, senza interrogarsi sulle cause meccaniche che l’hanno determinata.
In questo modo si finisce per credere che “stare più dritti” o assumere una posizione composta possa risolvere il problema, anche quando le tensioni muscolari e le condizioni meccaniche che l’hanno generata restano invariate.
In realtà, la postura descrive semplicemente il modo in cui il corpo occupa lo spazio in un dato momento.
Non può quindi essere giudicata “corretta” o “scorretta” sulla base della forma o della simmetria della posizione assunta.
Ciò che rende una postura funzionale non è la posizione in sé, ma il fatto che le articolazioni mantengano una sequenza fisiologica, sia a livello distrettuale sia nell’organizzazione complessiva del corpo.
È su questo principio che si fonda il Metodo Mézières, sviluppato da Françoise Mézières, che interpreta la postura come l’espressione della sequenza articolare e dell’equilibrio delle forze muscolari, non come una posizione da imporre o da mantenere.
Questo concetto diventa particolarmente evidente in presenza di una scoliosi:
anche assumendo una posizione apparentemente “corretta”, la deviazione della sequenza articolare rimane, e con essa le alterazioni delle relazioni di forza.
Lo stesso principio vale però anche per situazioni molto più comuni e meno evidenti, in cui piccoli disassiamenti articolari alterano l’organizzazione meccanica del corpo pur in assenza di deformità macroscopiche.
Se la postura è il risultato dell’organizzazione meccanica del corpo, intervenire su di essa significa necessariamente agire sulle forze che la determinano.
In ambito biomeccanico, questo equivale a considerare il ruolo dei muscoli non come semplici motori del movimento, ma come vettori di forza che, attraverso il loro tono e il loro accorciamento, influenzano direttamente l’allineamento e la sequenza delle articolazioni.
In questa prospettiva, l’accorciamento muscolare non viene interpretato come l’effetto diretto di posture mantenute o di abitudini scorrette, ma come la conseguenza di un aumento del tono basale che il sistema utilizza per garantire stabilità e controllo.
Il muscolo rappresenta, in questo senso, l’effettore finale di adattamenti che possono originare da ambiti diversi — biomeccanici, neurofisiologici o legati alla regolazione emotiva — e che trovano nel tono muscolare una modalità comune di espressione.
Quando questo aumento di tono si protrae nel tempo, la tensione non rimane confinata alla sola componente contrattile, ma coinvolge progressivamente anche la componente connettivale del muscolo.
È in questa fase che l’accorciamento tende a stabilizzarsi, diventando biomeccanicamente rilevante: la trazione esercitata sulle strutture ossee modifica le relazioni articolari e contribuisce, nel tempo, all’alterazione della sequenza articolare fisiologica.
Quando una o più articolazioni perdono la possibilità di muoversi secondo una sequenza fisiologica, il sistema non “si blocca”, ma si riorganizza.
Altre strutture vengono progressivamente coinvolte per mantenere la funzione, garantire la stabilità e consentire il movimento nonostante la limitazione presente.
Questo processo, noto come compenso, non è un segno di disfunzione in sé, ma un’espressione della capacità adattativa del corpo.
Nel tempo, tuttavia, queste strategie compensatorie tendono a stabilizzarsi.
Ciò che inizialmente permette di continuare a muoversi senza dolore o con sintomi contenuti finisce per modificare ulteriormente l’organizzazione meccanica del sistema, distribuendo carichi e tensioni in modo non fisiologico.
È in questa fase che il compenso, pur mantenendo la funzione, può diventare una fonte indiretta di sovraccarico e di sintomatologia a distanza.
In questo modello, il dolore non coincide sempre con la causa, ma non è nemmeno necessariamente separato da essa.
In molte situazioni cliniche il sintomo è locale e direttamente correlato all’alterazione meccanica presente: ad esempio, un aumento di tono degli scaleni o dell’elevatore della scapola può determinare una rotazione o una compressione segmentaria cervicale, generando dolore a livello del rachide cervicale.
In altri casi, invece, il dolore rappresenta il punto in cui il sistema, dopo aver compensato a lungo, riduce il proprio margine di adattamento.
Il sintomo emerge allora dove i carichi e le tensioni non possono più essere redistribuiti efficacemente, mentre l’alterazione meccanica che lo ha generato può trovarsi anche a distanza.
Questa distinzione non serve a spostare l’attenzione dal concetto di postura, ma a chiarire perché la postura non possa essere interpretata come una semplice posizione da correggere.
La postura, quindi, non è qualcosa da “aggiustare”, ma qualcosa da comprendere:
il risultato coerente dell’equilibrio – o dello squilibrio – delle forze che organizzano il sistema muscolo-scheletrico.
Parlare di postura, in questo contesto, significa descrivere la capacità del corpo di organizzarsi secondo una sequenza articolare il più possibile vicina a quella fisiologica, sapendo che una perfezione biomeccanica teorica non è raggiungibile.
I muscoli tendono inevitabilmente ad accorciarsi nel tempo e non è realistico pensare di azzerare questo processo:
la differenza tra un equilibrio funzionale e uno patologico non è di natura qualitativa, ma quantitativa.
In altre parole, il corpo utilizza sempre gli stessi principi di organizzazione e di compenso; ciò che cambia è l’entità delle deviazioni e il prezzo meccanico che il sistema è costretto a pagare.
Per questo motivo, il riferimento non è un’idea estetica di simmetria o di “correttezza” davanti allo specchio: siamo tutti, per definizione, moderatamente asimmetrici.
Il Metodo Mézières utilizza un modello di riferimento di tipo ingegneristico, non statistico.
Come accade in ingegneria, si lavora rispetto a una condizione ideale di massima efficienza — pur sapendo che non è realizzabile nella pratica — perché è solo grazie a un modello teorico di riferimento che è possibile migliorare progressivamente la performance reale del sistema.
È lo stesso principio applicato allo studio del rendimento di un motore: l’ingegnere ragiona su un’efficienza del 100%, pur sapendo che non potrà mai essere raggiunta.
Se ci si limitasse a descrivere ciò che accade mediamente, senza un modello di riferimento, il progresso tecnico si arresterebbe.
Allo stesso modo, in biomeccanica, il riferimento a una sequenza articolare fisiologica non rappresenta un ideale irraggiungibile da imporre, ma uno strumento concettuale indispensabile per interpretare, orientare e migliorare nel tempo l’organizzazione meccanica del corpo.
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